La Stampa, 12 gennaio 2026

E se facessimo pagare meno tasse ai giovani? Se l’Irpef crescesse non solo col reddito, ma anche con l’età di chi lo dichiara? Una provocazione? Noi pensiamo di no. Anzi, è una proposta concreta per aggredire una delle principali distorsioni strutturali che frenano la crescita del Paese: le disparità generazionali che penalizzano i nostri giovani. I nostri, non quelli degli altri. Se guardiamo al reddito e al lavoro, infatti, l’Italia è di gran lunga la peggiore in Europa a danno delle giovani generazioni. Non è solo un’impressione: ce lo dice un recente indice di giustizia intergenerazionale costruito da Vincenzo Galasso con un gruppo di ricerca all’interno del progetto Age-It. Non a caso, negli ultimi quindici anni, hanno lasciato l’Italia un milione e mezzo di persone: è come se fossero scomparsi due comuni come Torino e Genova. E il 40% di questi “fuggitivi” aveva meno di 35 anni: un’emorragia di futuro, come hanno ricostruito su queste colonne gli approfondimenti successivi alla proposta di Elsa Fornero di un piano per i giovani.

Detto questo, il problema non è solo chi parte – pur essendo un segnale eloquente di un disagio più ampio – ma anche chi resta, intrappolato tra salari bassi, carriere fragili e un investimento pubblico sui giovani tra i più deboli d’Europa. È per queste ragioni che proponiamo una “Start Tax”: una riforma semplice del prelievo Irpef che riduce le tasse nella fase iniziale della vita lavorativa. Siamo consapevoli che le tasse da sole non risolvono tutto. Ci sono altre politiche pubbliche parimenti importanti: scuola, formazione permanente, orientamento e accompagnamento al lavoro, welfare. E la questione salariale non si risolve solo con le politiche pubbliche: serve rilanciare la produttività, rafforzare la contrattazione collettiva a tutti i livelli e la partecipazione di chi lavora alle scelte organizzative e tecnologiche delle imprese. Ma il fisco resta una delle leve più potenti della politica economica per dare un segnale di svolta.

In uno studio abbiamo messo in fila le possibili varianti della Start Tax, le esperienze internazionali e le ragioni a suo favore mutuate dalla teoria economica. Il nocciolo della Start Tax è introdurre una doppia progressività: in base al reddito – come detta la nostra Costituzione – e in base all’età. Nella sua versione di base, la proposta consiste nell’introdurre, per tutti i contribuenti con meno di 35 anni, tre aliquote del 10%, 20% e 30% (invece che al 23%, 33% e 43%), mantenendo invariati gli scaglioni di reddito. La Start Tax è applicata sia ai lavoratori dipendenti sia agli autonomi non in regime forfettario, e la progressività del sistema ne esce rafforzata.

Per chi ha seguito percorsi universitari, il regime è esteso fino a un massimo di 39 anni. L’impatto sul reddito disponibile sarebbe rilevante: un giovane con un reddito annuo di 25.000 euro vedrebbe aumentare il suo netto mensile di 271 euro; con 35.000 euro l’aumento sarebbe di 391 euro. Per chi è a inizio carriera, 300 o 500 euro in più al mese fanno la differenza tra rimandare tutto e potersi permettere un po’ di autonomia in più: un affitto dignitoso, un mutuo, un corso. Con la Start Tax il reddito disponibile di chi lavora aumenterebbe nella fase di vita più delicata, in cui si è più vulnerabili agli imprevisti perché si hanno risparmi limitati. È anche la fase in cui poter contare su una famiglia capace di offrire sostegno economico rappresenta un vantaggio determinante. Perciò la proposta non è solo giusta in un’ottica di rapporti tra generazioni, ma anche entro le generazioni. Dal punto di vista dell’economia, infine, la Start Tax è una scelta di equità tra generazioni, ma anche di efficienza: l’offerta di lavoro dei giovani è più elastica e i loro vincoli di liquidità più stringenti, per cui ridurre le tasse a inizio carriera ha effetti più forti su lavoro, mobilità e investimenti in capitale umano, aumentando il benessere complessivo.

Dobbiamo chiederci che Paese vogliamo essere: una vetrina di turismo ed eccellenze gastronomiche o una società capace di offrire retribuzioni adeguate alla preparazione e al lavoro dei giovani. Credere che questa seconda strada sia ancora percorribile significa riconoscere che i giovani sono insieme la risorsa più preziosa per la crescita del Paese e il gruppo più penalizzato. In passato, i sacrifici di inizio carriera erano compensati dalla prospettiva di salari che crescevano con l’età e pensioni generose calcolate sugli ultimi stipendi. Questo patto tra generazioni si è rotto da tempo: i giovani guadagnano poco, hanno carriere discontinue e pagano contributi pieni per ricevere pensioni modeste. Se non bastasse, c’è chi li accusa di essere svogliati, pretenziosi e incapaci di fare sacrifici. Dopo il danno, la beffa. Continuare a penalizzare i giovani non è neutrale: è una scelta. La Start Tax propone di farne finalmente un’altra.

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