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Elena Tebano – “Tasse scontate ai giovani? Cos’è la «start tax» e perché abbassare le imposte agli under 35 è una buona idea”

Corriere della Sera, 17 gennaio 2025

La proposta consiste nell’introdurre, per tutti i contribuenti con meno di 35 anni, tre aliquote del 10%, 20% e 30%.

Abbassare le tasse ai giovani. È la proposta lanciata su La Stampa da due economisti, l’ex senatore Pd Tommaso Nannicini e Marcello Orecchia. La chiamano «Start Tax» e immaginano un meccanismo piuttosto semplice:

«Il nocciolo della Start Tax è introdurre una doppia progressività: in base al reddito – come detta la nostra Costituzione – e in base all’età» scrivono. «Nella sua versione di base, la proposta consiste nell’introdurre, per tutti i contribuenti con meno di 35 anni, tre aliquote del 10%, 20% e 30% (invece che al 23%, 33% e 43%), mantenendo invariati gli scaglioni di reddito. La Start Tax è applicata sia ai lavoratori dipendenti sia agli autonomi non in regime forfettario, e la progressività del sistema ne esce rafforzata. Per chi ha seguito percorsi universitari, il regime è esteso fino a un massimo di 39 anni. L’impatto sul reddito disponibile sarebbe rilevante: un giovane con un reddito annuo di 25.000 euro vedrebbe aumentare il suo netto mensile di 271 euro; con 35.000 euro l’aumento sarebbe di 391 euro. Per chi è a inizio carriera, 300 o 500 euro in più al mese fanno la differenza tra rimandare tutto e potersi permettere un po’ di autonomia in più: un affitto dignitoso, un mutuo, un corso».

Non è un mistero che oggi in Italia c’è un problema di salari, soprattutto per chi si affaccia sul mondo del lavoro. Quelli reali sono diminuiti del 7,5% solo tra il 2021 e il 2024, ma soprattutto c’è una grande differenza di retribuzione tra lavoratori “giovani” e “vecchi” che non si può spiegare solo con l’anzianità professionale. Secondo un’indagine di Odm Consulting pubblicata all’inizio dell’anno scorso, a parità di inquadramento la differenza di stipendio tra gli impiegati della Generazione Z (cioè i nati tra il 1995 e 2010) e quelli della generazione del Baby Boom (i nati tra 1946 e 1964) è del 27,7%.

Per le generazioni più giovani, soprattutto, è sempre più difficile raggiungere le tappe che erano scontate per i loro genitori o i loro nonni. Basta guardare come è aumentato in meno di 15 anni l’indice del divario generazionale realizzato dalla Fondazione Ries, chemisura «il ritardo accumulato dalle nuove generazioni, rispetto alle precedenti, nel raggiungimento della propria indipendenza economica». Questo divario è aumentato nettamente nei primi anni Dieci del Duemila (in seguito alla crisi finanziaria del 2008) e da allora è rimasto molto alto, come mostra il grafico qui sotto.

È come se i giovani di trent’anni fa e quelli di oggi si fossero trovati in Paesi diversi, uno molto più povero dell’altro. Prima l’Italia era al pari delle grandi economie industrializzate, adesso è rimasta indietro. E infatti: «Nei primi vent’anni del nuovo millennio l’economia italiana ha smarrito il filo della crescita: dal 2000 al 2019, l’ultimo prima della pandemia, il suo Pil per abitante è cresciuto meno di quelli Ue e Usa, una tendenza fortemente aggravata dalle recessioni 2008-09 e 2011-13. Grazie alla ripresa post-pandemica è stato recuperato importante terreno. Tuttavia, ciò non è bastato a bloccare un pericoloso avvitamento» si legge nell’ultimo rapporto del Cnel (il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) sull’attrattività dell’Italia per i giovani, pubblicato a dicembre.

Non è un caso che i giovani abbiano ripreso a lasciare in massa l’Italia dal 2011, l’anno in cui la crisi dei debiti sovrani del 2008 ha iniziato a farsi sentire maggiormente sul mercato del lavoro. Dei 781 mila italiani emigrati tra il 2011 e il 2024, 441 mila avevano tra i 18 e i 34 anni. Questo di per sé non è strano: è più facile emigrare quando si è giovani che quando si è vecchi o anche solo nel mezzo della propria carriera lavorativa. Il problema è che se ne vanno i giovani che dovrebbero avere più opportunità di trovare buoni lavori in Italia. Quest’ondata di emigrazione infatti ha due elementi che la rendono diversa da quelle passate: «L’elevata istruzione e le regioni di partenza  scrive il Cnel . L’istruzione è alta e crescente, tanto che la quota dei laureati nel 2023 ha raggiunto il 44,2% a livello nazionale, e quasi la metà tra gli emigrati dalle regioni settentrionali, per poi scendere al 40% nel 2024. Per confronto, nel 2024 i laureati in Italia erano il 31,6% della popolazione di 25-34 anni. Vuol dire che l’istruzione terziaria è più alta tra chi va via rispetto a chi resta». Sempre più ragazzi e ragazze italiane che porteranno a termine percorsi di istruzione altamente qualificati, inoltre, se ne vanno all’estero prima della laurea.

Non solo: «Le regioni di partenza non sono più, come un tempo, solo quelle più povere ed economicamente arretrate, bensì soprattutto quelle ricche e con una struttura produttiva che compete con le aree europee più avanzate. Nel 2011-24 il 48,7% dei giovani 18-34enni emigrati sono partiti dal Nord (il 50,8% nel biennio 2023-24) e il 35,0% dal Meridione (il 32,8% nel 2023-24).

L’Italia è poco attrattiva per chi aspira a una buona qualità di vita e di lavoro, come conferma un altro dato contenuto nel rapporto del Cnel. La disparità tra giovani italiani che emigrano e giovani dei Paesi economicamente e socialmente avanzati (i cosiddetti «expat») che vengono in Italia. «Per ogni giovane cittadino di quei Paesi partono dall’Italia nove giovani» calcola il Cnel. I Paesi che attirano più giovani «expat» sono la Germania (destinataria del 20% dei movimenti), seguita dal Regno Unito (16,9%) dalla Spagna (15,4%), dalla Francia (15,1%) e dalla Svizzera (14,7%). L’Italia è ultima, con l’1,9%, sotto la Danimarca (3,2%) e la Svezia (3,4%). I giovani dei Paesi ricchi amano molto venire in vacanza in Italia, ma si guardano bene da venire a lavorarci.

Intanto il valore complessivo dell’istruzione dei giovani emigrati all’estero tra il 2011 e il 2024 è, secondo il Cnel, 159,5 miliardi di euro. Soldi investiti e poi “persi” dall’Italia perché non ha saputo dar loro lavori all’altezza dell’istruzione e delle aspettative che hanno (sia per retribuzione, che per qualità del lavoro e della vita). Nel frattempo molti dei giovani che rimangono in Italia rinunciano anche a cercare un lavoro: L’Italia è seconda in Europa (dopo la Romania) per la quota di giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano né studiano né lo cercano, i cosiddetti Neet. Percentuale che al Sud sale al 25%: un quarto dei giovani meridionali risulta non fare niente (una parte di loro, molto probabilmente, lavora in nero).

Abbassare le tasse ai giovani non è la soluzione a tutti i problemi: molti se ne vanno all’estero non solo per le retribuzioni, ma per il fatto che ci sono migliori opportunità di carriera, lavori più interessanti, una maggiore possibilità di fare carriera e/o di conciliare vita e lavoro. Ma magari può essere un inizio.

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